Io è l’Altro Dario Binetti

Io è un altro. Je est un autre.

E’ significativo che si dica Je est e non Je suis, cioè “Io è” in terza persona e non “Io sono”: l’Io qui diventa un corpo estraneo alla coscienza, non sembra più essere a fondamento del pensiero, né poter avere uno statuto privilegiato. L’Io non pensa, è pensato, assiste allo schiudersi del pensiero come uno spettatore esterno, come un altro. E’ importante anche da un punto di vista filosofico questa svalutazione dell’Io come soggetto del pensiero:se l’ottone si sveglia tromba, non è affatto colpa sua. la forma è la materia “pensata” dal pensiero.

Si percepisce bene come l’Io sia del tutto impotente di fronte al pensiero e anzi la forza che ha il pensiero per dare forma all’IO.

Ciò che rileviamo dall’analisi di quanto sopra riportato sono fondamentalmente tre cose: 1) l’Io non è soggetto, ma una specie di oggetto rispetto ai pensieri, una forma vuota a cui vengono associati i pensieri, che nascono indipendentemente da lui; 2) se l’Io non è consapevole di ciò, se l’Io pensa di essere Soggetto dei pensieri, scivola nell’incoscienza, insomma è altro da sé pensando di essere in-sé ; 3) c’è un livello di consapevolezza, quello che ci fa dire: l’Io è un altro, che permette di smascherare l’alienazione dell’Io, permette di indicare gli incoscienti, quelli che pensano che l’Io sia a fondamento del sapere (egocentrici).

Nella visione fotografica che daremo, L’IO è “forma”, la materia è “l’uomo” che prende forma dall’evolversi dei pensieri (che fotograficamente rappresenteremo come la testa fuori dal corpo con la tecnica della doppia esposizione …), i pensieri scaturiscono della emozioni, dalle percezione, dal contesto, dalla presenza dei pensieri degli altri.

Il punto di partenza è il cogito preriflessivo, un assoluto non sostanziale (la testa senza corpo che a sua volta disegna se stessa in base alle emozioni, alle percezioni, al contesto), che è cogito, coscienza, ma non è riflessivo (non è la forma di se …) , è pre-riflessivo: precede letteralmente la riflessione, vale a dire non pone teticamente sé stesso. La “materia” (il corpo) prende “forma” sulla base dei pensieri delle emozioni, delle percezioni e dalla presenza delle idee, delle percezioni, delle emozioni degli altri.

Ad esempio la penna, il tavolo, e coscienza (di) sé. Il tra parentesi nel “(di) sé” sta a significare che il cogito non pone ancora sé stesso come oggetto, ma che è consapevole di sé nel momento in cui è cosciente di qualche cosa (un oggetto nel mondo) senza porsi teticamente: Cioè la forma diviene consapevole di se nel momento in cui il pensiero plasma il corpo.

ESEMPIO:

… un corpo contratto, sfibrato e vibrante, in un movimento di forza diviene per il contesto un atto di forza solo dalla osservazione ne della forma che assume il corpo nell’atto di forma: Il Cogito precognitivo precongigura una idea di sforzo, il corpo assume la forma, e ‘IO diviene consapevole nel momento il cui lo sforzo si realizza, con il contesto (gli altri”) che leggono nella forma del corpo “l’astro” consapevole dell’atto di forza.

Questo tipo di coscienza è senza Io: non ne ha alcun bisogno infatti per porsi in quanto tale, vale a dire come coscienza del mondo e come come coscienza (di) sé. L’Io si costituisce solo in seconda istanza.

Possiamo dunque formulare la nostra tesi base del nostro lavoro fotografico: la coscienza trascendentale è una spontaneità impersonale. Essa si determina all’esistenza di ogni istante, senza che si possa concepire niente prima di essa. Ogni istante della nostra vita cosciente ci rivela quindi una creazione ex novo del nostro corpo che assume una forma istantanea.

La formula “Io è un altro” è prima di tutto la spiegazione di questo fatto: il soggetto è altro da sé ed è alienato quando cerca di porsi come in-sé e il fondamento va cercato in qualcosa di posto prima, non in senso temporale, ma logico .

Ma cosa è che può “essere prima”. Sartre avrete detto “il cogito preriflessivo”, Rimbaud avrebbe detto “l’ignoto”; Da un lato, la coscienza perfettamente trasparente, traslucida, in cui essere e apparire fanno tutt’uno se pur come l’altro conseguenza dell’uno; dall’altro lato, l’ignoto che sembra in un certo senso caratterizzarsi come ineffabile, inaccessibile ai normali mezzi di conoscenza, ma in ogni caso in grado di produrre materia che diviene consapevole di se (cogito e forma) nel momento in cui la coscienza collettiva produce pensieri in grado di plasmare la materia in forma.

Aggiungo il fatto che la formula “Io è un altro” per esprimere l’alienazione dell’Io deve, per forza di cose, posizionarsi in un punto di vista che definirei di consapevolezza: solo chi è consapevole di sé, cosciente pertanto, può smascherare l’incoscienza dell’Io che crede di essere in-sé mentre è altro da sé (chi è consapevole di SE sa se il suo apparire è falso). Che questa coscienza sia poi il viatico per illuminazioni provenienti dall’ignoto con i poteri acquisiti dallo sregolamento dei sensi, che poi l’ignoto si ponga, pertanto, come qualcosa di trascendente rispetto alla consapevolezza raggiunta, di trascendente la coscienza (essendo l’ignoto propriamente l’al-di-là di ciò che è noto e cosciente), è un passo successivo rispetto a ciò che possiamo considerare il dato primo ed indubitabile: la coscienza.

Lo schema pertanto è a quattro livelli: 

  • una prima fase della vita in cui L’ignoto produce consapevolezza di di se senza in modo oscuro… impalpabile … pensieri che prendono forma dall’ignoto …
  • una seconda fase della vita in cui Il cogito prelifessivo si alimenta della coscienza (idee, emozioni, percezioni) collettiva per produrre pensieri;
  • la materia (il corpo) che prende forma sulla base dei pensieri sia nella prima fase che nella seconda …
  • l’IO consapevole di se nel momento in cui il suo corpo prende forma.

Siamo quindi di fronte all’essere inteso non nella sua staticità morale, ideologica, politica, sociale, ma “in fieri” rispetto al passaggio dall’Ignoto verso la coscienza collettiva.

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